Disseppellito dall’antro del mio hard disk un anno e mezzo dopo.
No, Cecco Angiolieri è un modello irraggiungibile, una vetta troppo alta. E Francesco Guccini ha una profondità che manco mi sogno. Però è più forte di me: quando mi costringono ad assistere a una conferenza, a una lezioncina teorico-pratica… io scrivo. Lo facevo già a scuola, improvvisando gare poetiche con i compagni di quel tempo, tra lessici arditi e strafalcioni in lingua d’oca (quanti ricordi di quell’opera a imperitura memoria del fu Paolo Origliasso! La luserta… la lucertola, recitava). I professori vivevano nell’illusoria convinzione che stessi prendendo appunti. Penso che la cosa li gratificasse molto.
Oh, fatto sta che ieri mi è toccato un corso sulla privacy (utile e palloso sono i soli aggettivi che mi vengono per descrivere la situazione) e sui fogli degli appunti non sono proprio riuscito a scriver nulla di pertinente. Ho invece partorito il pezzo che vi mando (lirica o versi mi sembrano termini troppo pretenziosi), immagini che mi ronzavano in testa da settimane aspettando che trovassi il tempo per darle alla luce. Quale migliore occasione?
“Te ne vuoi vantare con noi?” Ma per piacere! E di cosa poi? Sarà che “se son d’umore nero allora scrivo/frugando nelle nostre miserie”. No, no, lo scopo è di farvi venire in mente un titolo da dare all’opera (?!?), qualcosa di significativo, tanto per non finire col metterci la data, come ricorrenza fortuita o nefasta. Per cosa farne, poi? Forse solo per occupare un po’ di spazio in più sull’hard disk di casa.
Il vincitore riceverà un bacio. Non chiedetemi come al solito da chi e soprattutto dove. Non lo saprete mai… prima.
Sono curioso di sentire le vostre proposte. Mi raccomando, però, “Vaccata n. 5” e titoli similari non sono ammessi: fin lì ci arrivavo da solo.
Sempre Vostro.
Andrea
Provetti corridori
su veicoli che sciamano
risalgon come pesci la corrente.
Lo sbatter di piatti,
tintinnare di cucchiai
fan muovere madri affaccendate.
Una nonna, ansimante di fatica,
regge a suo nipote
un fardello di libri.
Un’altra, lì vicino,
avvolge un naso umido
in un sudario di stoffa.
Poggiato a muro, un garzone
si stropiccia gli occhi
arrossati da una notte di farina.
Un barista tiene in bilico
– abilità da giocoliere –
le tazzine sul vassoio.
Un vigile, con malavoglia,
annota sul taccuino
sanzioni di routine.
Li osservo e li lascio dove sono,
ognuno preso nel fluire
di faccende minime,
costrizioni insormontabili,
aspirazioni irrealizzate,
delusioni brucianti.
Li osservo, indifferente,
e scorgo appena
il filo rosso che li unisce:
ognun di loro pensa.
23.03.2004
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