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21/11/2005 - Siamo tutti figli di Tolkien

Odio Il Signore degli Anelli (sì, va bene, fa un po’ Puffo Quattrocchi, ma è la realtà dei fatti). E’ un libro noioso, con lunghissime parti che definire morte è poco ed è soprattutto scritto in un linguaggio di altri tempi. Mi sono dovuto imporre di finire il tomo (tre volumi in uno) e quando sono arrivato alla fine ho sospirato un meno male liberatorio. No, non lo consiglierei a nessuno che non volesse semplicemente farsi una cultura. Eppure non posso che riconoscere i meriti di Tolkien.

  • Una grande simbologia - la prima che mi viene in mente è quella degli anelli: tre (il numero dello spirito) per gli elfi (gli esseri spirituali), sette (il numero della creazione) per i nani (i forgiatori di metallo), dodici (il numero biblico della moltitudine) per gli uomini. Ma il libro è pieno di spunti geniali.
  • La capacità di sovvertire i canoni dei racconti epici medievali, che rappresentano i trisnonni del fantasy – Re Artù cerca il Graal, il simbolo del massimo potere… Frodo ha in mano il massimo potere e passa tre libri a cercare di buttarlo via.
  • La creazione caratteri che sono diventati standard per molti altri scrittori – elfi, nani, maghi e goblin hanno tratti caratteristici… fissati da Tolkien.
  • La nascita di un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria – una cosa sono le fiabe con le fate e gli gnomi, un’altra è il fantasy moderno.

Poi è venuto Brooks, che ha ammesso nella sua biografia di aver avuto successo solo perché la sua casa editrice cercava il successore di Tolkien. E sono venuti Salvatore, Weis e Hickman e i giochi di ruolo. E il fantasy si è trasformato improvvisamente in un’industria.

Be’, nonostante tutto… adoro questa industria.

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